Oltre il flusso dell’ore
Paolo Tarcisio Generali (1904-1998)
monaco camaldolese e pittore in occasione del millenario di San Pier Damiani
a cura di Giovanni Gardini

Inaugurazione venerdi 14 dic. 07
ore 17.30 >niArt Gallery - via Anastagi 4/a, Ravenna
ore 20.00 >Circolo degli Artisti - vicolo S.Antonio 7, Faenza
La mostra rimarrà aperta fino al 26 gennaio nei seguenti orari:
Circolo degli Artisti: 18.30 > 23.00, chiuso lunedì
niArt Gallery: mar/mer/sab 11 > 12.30; gio/ven/sab 17 > 19.30
http://www.mosaic.it/http://www.circolodegliartistifaenza.it/Di seguito il comunicato stampa e i testi in catalogo di Giovanni Gardini e Gian Ruggero Manzoni.
Comunicato Stampa:
Faenza, 5 dicembre 2007
Il Circolo degli Artisti di Faenza, nell’ambito delle sue attività di promozione culturale ed artistica, ha programmato per i mesi di dicembre 2007 e gennaio 2008 una mostra dedicata alla pittura di padre Paolo Tarcisio Generali (1904-1998), monaco camaldolese.
In occasione del Natale, nel millenario della nascita di San Pier Damiani (1007-2007), il Circolo propone una riflessione sulla ricerca del trascendente attraverso l’arte, mettendo in luce la travagliata vicenda di vita del monaco ed il suo sforzo dedicato al superamento dei limiti umani nella contemplazione della natura, specchio di una natura interiore, attraverso la rappresentazione pittorica.
La mostra, realizzata per il Circolo degli Artisti a cura del Dott. Giovanni Gardini (già curatore di una retrospettiva per la Biblioteca Classense di Ravenna), si terrà contemporaneamente nei locali del Circolo, ove saranno esposti 29 quadri di paesaggi rurali, e presso la galleria d’arte niArt Gallery di Ravenna (via Anastagi 4/a, Ravenna), che ospiterà le “marine” realizzate nello stesso periodo degli anni ’70.
Il catalogo è edito a cura de I Quaderni del Circolo degli Artisti, i testi di Giovanni Gardini, Gian Ruggero Manzoni, don Ugo Fossa (vicepriore della comunità di Camaldoli), don Mariano Faccani (Diocesi di Faenza-Modigliana). Il progetto grafico è di Lamberto Fabbri.
L’inaugurazione è prevista il giorno venerdì 14 dicembre 2007, alle ore 17.30 presso niArt Gallery (Ravenna) ed alle ore 20.00 al Circolo degli Artisti.
Circolo degli Artisti
via S.Antonio, 748018 Faenza (RA)
www.circolodegliartistifaenza.itinfo@circolodegliartistifaenza.it
Con il fuoco si prova l’oro.
di Giovanni Gardini
Stranamente verdi e cupi i pagliai di agosto[1].
Arancioni oltre misura ardono i campi di grano maturo e il cielo brilla della loro stessa energia[2].
I covoni immobili e soli, e le case, respirano ghiaccio e neve copiosa nel candore invernale: abbondante bianco di zinco, spremuto puro direttamente dal tubetto sulla tavola[3].
Potenza dell’indaco che raccoglie in sé tutta la notte, magia d’oro e di fuoco: ecco dipinto il tramonto[4]!
Il freddo notturno si lacera di rossa lava incandescente. Scorre un fiume di sangue nella livida campagna abbandonata ove nessuno si aggira, quasi la vita lì, fosse bandita. Improvvisa compare quella via liquefatta, rapida e sensuale come una cometa nel cielo[5].
Questi i quadri di Paolo Tarcisio Generali degli anni ‘60 – ‘70, sospesi tra l’esasperazione del colore, che crea una natura emozionale, silenziosa, meditata e la staticità del tempo fissato per sempre sulla tavola pittorica.
Da subito ci appare, in questi paesaggi, un’assenza significativa, quella dell’uomo. Raro è trovarlo coinvolto nel paesaggio. Pochissimi i ritratti, casomai quelli di qualche amico, volti quasi sempre isolati dal mondo. Molti i monaci, ma non sono più uomini riconoscibili a cui viene dato un nome come nel “periodo rosa” degli anni ’46 - ‘49 o nel “periodo geometrico” degli anni ’54 -‘59; qui sono figure inquiete, dalle mani nodose e nervose, dallo sguardo sempre rivolto altrove per respingere ogni possibilità di dialogo.
Solo il volto di Cristo, fisso ed austero, dagli occhi grandi di fuoco, scruta severo il riguardante e instaura con esso un colloquio profondo, Lui Parola che salva. Scrive Enrico Filippo Gasparrini ricordando Generali: “I drammi della vita hanno avviato il pittore verso la mistica della Passione. Il buio delle sue tragedie si fa duttile sul bianco delle tinte ricapitolate per configurarsi all’implorazione dolorosa del Volto supremo, che ha le sembianze del suo autoritratto… e chiede di essere compreso” [6].
Proprio l’assenza della figura umana, vissuta come solitudine, è la cifra più immediata della pittura di Generali di questo periodo, iniziato nel ’59 quando, ottenuta una dispensa a tempo indeterminato, lascia la Congregazione Camaldolese dopo una esperienza quasi ventennale di vita monastica, e torna a vivere a Fano presso la famiglia della sorella Valentina[7].
La sua “vocazione” pittorica sbocciata fin dalla più giovane età alla scuola del padre Alfonso, decoratore e scenografo, si era innestata su quella monastica ed è probabilmente la sua intensa attività espositiva iniziata alla fine degli anni ’40 uno dei motivi principali del suo distacco dalla comunità.
Fuori dal monastero, egli continua e intensifica il lavoro artistico; espone in numerose gallerie italiane, molti critici si interessano a lui e alla sua pittura che viene apprezzata e acquistata. Eppure questo è un periodo di grande travaglio interiore, in cui la sua identità di uomo, di monaco e sacerdote viene messa in discussione, persino con il divieto di celebrare messa.
Quasi a voler assecondare questa difficile situazione esistenziale in cui tutto per lui muta, Generali sostituisce il mezzo pittorico fino ad ora usato: lascia definitivamente il pennello per la spatola. Così anche lo stile, in questi anni ‘60 si stacca drasticamente da ciò che era precedentemente. Se infatti prima le cromie erano misurate e sobrie tanto da muovere i critici a inserire la sua pittura in una definizione di “periodo rosa” dalle tinte delicate, color dell’alba, ora la sua tavolozza esplode per dare vita a toni potenti, accostati coraggiosamente sulla tavola.
Cambiamenti questi non solo stilistici bensì interiori, emblematici di una rivoluzione esistenziale profonda. Non sarebbe infatti possibile comprendere pienamente la pittura di Generali se non all’interno della sua vicenda biografica. Vicissitudini di un uomo maturo che si ritrova immerso in un cambiamento di vita radicale che ribalta la sua esistenza precedente.
Le campagne e le marine fanesi raccontano la malinconia di un tempo non trascorso, come se i campi arsi dal sole e gli scogli affacciati sul mare al tramonto fossero un ampio palcoscenico osservato con la desolazione di chi arriva a spettacolo appena concluso.
Le colline e i cascinali, che ritrae instancabilmente, ci appaiono quasi luoghi mentali dove ripetutamente stanno immobili le medesime forme: i covoni, le case, i campi.
Il colore – materia raggrumata, spessa pelle rugosa - si declina in fuoco, neve, notte, per raccontare gli spazi aperti visti attraverso un filtro cromatico. Sciolti nel colore del tramonto o di una nevicata, questi paesaggi diventano luoghi di romitaggio, immagini accese di colore, dove l’unica presenza umana è quella del pittore che contempla e dipinge. Nessuna luce filtra dalle case, ogni segno dell’uomo pare scomparso da quelle abitazioni chiuse come abbandonate. Non vi sono né usci né finestre da aprire, nessuno può entrare. I covoni, così ordinati e dritti, sono le uniche presenze vigili nel panorama piatto.
Come le campagne si fanno voce di questa incertezza, così le marine evidenziano la solitudine del vivere. Mesti pescatori vegliano il calare della notte prima che il mare sia da essa inghiottito. Sono pesanti figure scure ancorate agli scogli, talvolta senza una precisa occupazione se non quella, parrebbe, di rimpiangere un tempo passato che più non torna.
Altrettanto desolate sono le barche che dipinge; arenate sulla spiaggia, oppure in balia dei venti, vascelli fantasma senza un meta precisa o un orizzonte certo a cui approdare.
Scriverà molto tempo dopo aver eseguito questi dipinti in un foglietto datato 23 ottobre 1992: “La barca nella mia pittura indica il navigare nel mare della vita”. E ancora: “La vela una spinta per giungere più speditamente al traguardo: il cielo!” Ma questo, si è detto, lo affermerà successivamente. Ed è significativo notare come in questo periodo per lui così difficile, le vele delle navi siano ammainate, incapaci di accogliere il soffio del “vento”.
E’ materiale autobiografico la pittura degli anni 60, momento esistenziale per lui così complesso. Certamente la sofferenza che nei suoi quadri si riscontra, rispecchia questa fase della propria vita. Eppure “solitudine” non è la parola ultima della sua pittura.
Pur essendo fuori dal monastero non rinnega la sua vocazione monastica. Nei vent’anni trascorsi a Fano il suo atelier è “cella monastica”: lì vive, dipinge, celebra l’eucaristia, una volta riottenuto il permesso, azioni queste, vissute come un unico gesto.
Come fossero pagine del breviario i suoi quadri scandiscono il tempo del calendario liturgico: sovente infatti sul retro delle sue opere, oltre alla data e alla firma, annota il nome del santo o della festa liturgica del giorno, piena volontà di ricondurre il suo lavoro all’interno di una dimensione orante.
L’arte, per lui, è preghiera corale dove l’uomo e la natura si fanno eco nell’innalzare la lode, e la vocazione di artista coincide intimamente con l’essenza della chiamata monastica.
Nel 1971 dipinge “Barche all’Alba[8]”. Due imbarcazioni, sballottate dalle onde, guidate da un timoniere invisibile, quasi affondano in acque scure, rossastre. Nulla parrebbe rassicurante, eppure sullo sfondo è la risposta a tanta inquietudine. Il sole sorge dal mare, potente, luminosissimo. E sul retro di questo quadro annota: “Tenebrae factae sunt in universa terra, et lux in tenebris lucet”.
Tornano alla mente le parole di Edgar Lee Masters:
“Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.E adesso so che bisogna alzare le velee prendere i venti del destino,dovunque spingano la barca.Dare un senso alla vita può condurre a folliama una vita senza senso è la torturadell'inquietudine e del vano desiderio –è una barca che anela al mare eppure lo teme[9]".
I suoi dipinti proprio nelle loro infuocate e tormentate cromie, mettono in scena un muto, tenace desiderio di vita, una spasmodica ricerca interiore propria di chi, da sempre, insegue l’essenza delle cose. Essi sono annuncio di energia potente che squarcia le tenebre. “Ricerco la luce, come per ricordare a tutti che siamo figli della Luce. Luce che valica i confini umani, che va verso l’infinito e l’eterno. La luce è serenità, è vita, anzi l’essenza stessa della vita[10]” ebbe a dire.
“La pittura è lo sforzo della materia per diventare luce”. [11] Questa frase tratta da un libro di meditazione lo colpisce a tal punto da ricopiarla più volte e riassume il desiderio di esprimere con i suoi quadri la presenza misericordiosa di Dio sul mondo.
Così l’abbondante nevicata[12], che tutto ricopre, mette in scena non le case e i campi avvolti nel biancore invernale, bensì presenta allo sguardo dell’osservatore tutto il creato intento a lodare Dio. “Ghiacci e nevi benedite il Signore” annoterà, citando il libro di Daniele[13], sul retro di “Paesaggio innevato” dipinto il 2 gennaio 1976.
Le campagne al tramonto, dove il sole si disfa nella terra e la penetra esaltandola in tinte cupe di rosso, di viola e di arancio, sono preghiera che sale a Dio. “Te lucis ante terminum...[14]” scritto sul retro di “Tramonto”, un quadro del 1975, richiama l’inno di compieta dove Dio è lodato creatore di tutte le cose, Luce gioiosa.
E di seguito ancora annota: “Emana una carica vitale che non finisce mai... la senti? [15]” Ed è proprio in questo dialogo che si avvera per Generali il senso più esatto della sua pittura.
Le sue campagne desolate, ripetitive, persino banali, hanno altro da dire oltre alla malinconia. Profondamente verdi, arancioni, bianche annunziano la speranza tanto più vera e sentita quanto più grande è la sofferenza nell’aderire ad essa. Poi raccontano di vita e di morte, di speranza e di dolore, di aridità e di pace interiore. Proprio per questo la sua pittura è onesta, perchè profondamente umana.
Attraverso uno sguardo rapido come lo è la spatolata che plasma le forme sulla tavola, egli indaga la realtà e la ripropone nella sua essenza non tanto fisica, bensì spirituale. “Dal profondo a te grido o Signore[16]”: l’uomo del fondo dell’abisso è il pittore, il monaco che osserva il mondo e lo contempla certo della misericordia di Dio. I paesaggi, le marine partecipano di quel gemere e soffrire nelle doglie del parto, in attesa del compimento definitivo della Resurrezione di Cristo[17]. Ricorderà una volta rientrato nel monastero di Camaldoli: “Ho sofferto, però era giusto che io passassi per quella via. Adesso, negli ultimi anni o giorni della vita, mi rendo sempre più conto che è Dio a condurci, e noi nemmeno ce ne accorgiamo[18]”.
Il suo patimento, ricondotto all’interno di una prospettiva di fede, diviene il mezzo attraverso il quale la pittura rinasce, consapevole che “è con il fuoco che si prova l’oro, e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore[19]”.
[1] Pagliai, 21 agosto 1972, Monastero di Camaldoli, Ar, (cat. 5).
[2] Campagna, 9 ottobre 1974, Monastero di Camaldoli, Ar, (cat. 20).
[3] Paesaggio innevato, 23 luglio 1970, Monastero di Camaldoli, Ar, (cat. 3).
[4] Tramonto, 28 novembre 1975, Monastero di Camaldoli, Ar, (cat. 21).
[5] Strada rossa, 10 marzo 1969, Monastero di Camaldoli, Ar, (cat. 1).
[6] E. F. GASPARRINI, Paolo Tarcisio Generali, Rimini 1977, p. 35.
[7] Per maggiori informazioni biografiche: G. GARDINI, Nel segno del colore, Paolo Tarcisio Generali (1904-1998), Firenze 2005.
[8] Barche all’alba, 18 novembre 1971, Monastero di Camaldoli, Ar (cat.30).
[9] E. L. MASTERS, George Gray, in Antologia di Spoon River, Torino 1968, p. 67.
[10] I. AMADUZZI, Ha scritto col pennello la storia del suo travaglio, Il resto del Carlino, 9 Agosto 1974.
[11] M.VALTORTA, Il Poema dell’Uomo-Dio, 10 vol., Isola dei Liri 1975, I, p. 199.
[12] Paesaggio innevato, 2 gennaio 1976, Monastero di Camaldoli, Ar, (cat.22).
[13] Dn 30, 70 (Benedicite glacies et nives Domino...; Benedite, ghiacci e nevi, il Signore...).
[14] Te lucis ante terminum rerum Creator poscimus.... Noi ti lodiamo, Creatore delle cose, prima del tramonto del sole...
[15] Tramonto, 28 novembre 1975, Monastero di Camaldoli, Ar, (cat. 21).
[16] Sal 129, 1.
[17] Rm 8, 22.
[18] M. CONTI, Paolo Tarcisio Generali, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Urbino, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1993-1994, p. 139.
[19] Sir 2, 5.
Un Fratello in Arte
di Gian Ruggero Manzoni
In Padre Tarcisio Generali, pittore di Fano e frate camaldolese, è sempre stato presente ciò che il degno teologo Pierangelo Sequeri ha fatto soggetto di meditazione filosofica, poi trasferendocela: “Non posso fare a meno di pensare a quanto feconda sarebbe, e capace di straordinaria rianimazione culturale, la riscrittura della Storia dell’Arte nel solco della reciprocità fra estetica e teologia.”
È vero che per il cristianesimo non esiste una bellezza mondana capace di offrire libertà dal male e vita eterna, ma la fede evangelica non si sogna neppure di abbandonare il mondo all’alternativa della bellezza e della salvezza. Nella teologia, come nella spiritualità e nella cultura cristiana, la via della bellezza è stata incessantemente percorsa con sincera partecipazione religiosa e decisivo impulso culturale da Sant’Agostino a Fénelon, da San Tommaso a Maritain, da San Francesco a von Balthasar. La nuova alleanza fra i doni dello Spirito creatore e i segni della bellezza creata riaprono il futuro per la qualità umana della fede e lo stile evangelico della testimonianza.
Nel delicato equilibrio della sua universale attitudine ad aprire un varco altrimenti inconcepibile per il senso della giustizia e per la metafisica degli affetti – vere e proprie non varianti del sapere originario della coscienza – l’esperienza della bellezza è sempre come una promessa.
Il pensiero della civiltà alla quale apparteniamo, nella quale il cristianesimo ha impiantato il seme della novità evangelica e nutrito l’albero di una secolare cultura, l’aveva riconosciuta sin dall’inizio della sua straordinaria avventura. Riscattando l’immaginazione estetica del divino dal levigato manierismo umanistico dell’antica religione civile, aveva riaperto il pensiero della bellezza al fascinans e al tremendum della sua origine sacra, riportandola audacemente alla rivelazione del logos della verità trascendente (Parmenide) e ai misteriosi legami in cui risuona l’analogia del bene ineffabile (Platone).
Nell’alveo di questa tradizione, per altro, la riconquista dell’esclusivo legame della bellezza e del divino veniva posta a carico di una dimensione spirituale contigua all’intelligibile: il suo riscatto si disegnava precisamente sul filo dell’opposizione al sensibile. L’ipoteca posta da questa scansione non poteva evitare di giungere a maturazione nel divorzio fra l’esperienza sensibile della bellezza e la ricerca spirituale della sua origine incontaminata. La riconquista dell’originario legame della bellezza col divino rimaneva così posta sotto il segno di un riscatto dal suo degrado nel sensibile, più che di un riscatto del sensibile dal suo degrado.
La cultura del cristianesimo statu nascenti si trovò di fronte all’antinomia di questa esaltazione della bellezza che salva, di cui apprezzò il contrasto proprio quando fu tentato dalla sua pura e semplice omologazione.
Il fenomeno grandioso, ma anche insidiosissimo, del cristianesimo gnostico rappresentò l’esperimento del seducente innesto del germoglio evangelico sull’albero frondoso della più alta spiritualità religiosa e filosofica allora conosciuta.
La qualità e la novità cristiana furono messe in salvo dalla passione di un’ortodossia che percepì lucidamente il prezzo drammatico di una spiritualità di una bellezza divina (Logos e Pneuma) che salverebbe solo nella condizione dell’abbandono del mondo al suo destino di creatura irrimediabilmente degradata e perduta.
L’allarme fu suonato – inequivocabilmente – all’evidenza ormai esplicita delle conseguenze che scaturivano dall’applicazione di quel principio presuntivamente più spirituale: cioè la denuncia della creazione (in nome dello Pneuma di Dio) e lo svuotamento dell’incarnazione (in nome del Logos di Dio).
Il carattere frontale dell’attacco che la gnosi portava ai pilastri della veritas biblica e della traditio apostolica rese apprezzabile anche l’ambiguità di una dottrina spirituale, presuntivamente superiore, della bellezza che salva. Senza la provocazione di questa felix culpa, la cultura del cristianesimo avrebbe perduto il suo originale impulso: anche nell’ordine dei rapporti fra l’immaginazione creativa e le radici spirituali della bellezza. E’ proprio in occasione di quella sfida, infatti, che la tradizione ecclesiale trovò l’audacia di sollecitare il suo principio creazionistico e cristologico al limite di formule che contengono insieme l’azzardo dello ‘scandalo’ necessario alla qualità storica della bellezza divina che si rivela salvatrice: gloria Dei vivens homo (Ireneo), caro cardo salutis (Tertulliano).
«Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha quindi bisogno dell’Arte. Essa deve, infatti, rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio. Deve dunque trasferire in formule significative ciò che è in sé stesso ineffabile. Ora, l’Arte ha una capacità tutta sua di cogliere l’uno o l’altro aspetto del messaggio traducendolo in colori, forme, suoni che assecondano l’intuizione di chi guarda o ascolta. E questo senza privare il messaggio stesso del suo valore trascendente e del suo alone di mistero. […] Si può dire anche che l’Arte abbia bisogno della Chiesa? La domanda può apparire provocatoria. In realtà, se intesa nel giusto senso, ha una sua motivazione legittima e profonda. L’artista è sempre alla ricerca del senso recondito delle cose, il suo tormento è di riuscire a esprimere il mondo dell’ineffabile. Come non vedere allora quale grande sorgente di ispirazione possa essere per lui quella sorta di patria dell’anima che è la religione? Non è forse nell’ambito religioso che si pongono le domande personali più importanti e si cercano le risposte esistenziali definitive?» (Lettera di Giovanni Paolo II agli Artisti).
Non siamo rimasti che ammirati dalla parresia di Giovanni Paolo II che parlava dell’Arte come dono degno di rispetto spirituale, al quale la Chiesa deve attingere per comprendere fino al cuore la speranza della creazione che l’abita; e al tempo stesso ci offre la Chiesa come testimonianza indispensabile per la vitalità di ciò che, mediante la via della bellezza, intimamente custodisce l’emozione creativa dello spirituale nell’uomo.
Con tale posizione d’animo Generali affrontò il suo percorso in vita e in arte e ciò lo si evince dal come mise a disposizione del Signore la capacità che a lui fu donata.